Cara Silvana De Mari

È un contagio, sì. E grazie al cielo, aggiungerei. Grazie al cielo oggi i ragazzi, gli adolescenti, hanno la possibilità di sperimentare senza sentirsi troppo sbagliati. 

Certo bullismo, omofobia ed ignoranza sono sempre dietro l’angolo ma dicevo, grazie al cielo, signora De Mari, molti ragazzi di oggi non stanno crescendo con la fissa (sì, ho scritto fissa ) che il mondo sia fatto da uomo-donna, maschile-femminile e tuttoilrestotiporteràallinferno. 

Dal canto mio posso dire che ha ragione, signora De Mari, a 13-14 anni provavo attrazione per qualche ragazza ma miseria, era ovviamente un pensiero che ricacciavo immediatamente. Se si cresce in un mondo in cui vi è solo uomo donna, non si può avere certe idee in testa. Perbacco, no.

A 13-14 anni si prova attrazione per il proprio sesso per amicizia

Quindi come me lo spiega il fatto che sin dalle elementari abbia provato quegli impulsi attrattivi (acerbi al tempo.ma che con il senno di poi comprendi altro) che a quell’età ti fanno solo avere una gran confusione mentale? Sentimenti a cui non sai dare un nome e una collocazione, figuriamoci un senso.

Come mi spiega il susseguirsi, anno dopo anno, ritrosia dopo ritrosia, di tutti quei segnali a cui non riesci a dare un freno che ti indirizzano verso una strada che non ti è stata mai nominata veramente, figuriamoci spiegata? 

Come me lo spiega che nonostante tu sia piena fino alla punta dei capelli di cultura etero, si cominci a formare la consapevolezza che probabilmente esiste altro e che per te quella sia la via migliore da intrapprendere? 

In altre parole, da chi dovrei essere stata contagiata se il mio mondo era in tutto e per tutto etero? Il massimo che avevo vissuto era aver incrociato due ragazze a passeggio mano nella mano lungo in centro all’età di dieci anni che avevano acceso mezza lampadina nella mia testolina. In un secondo momento, quasi dieci anni più tardi, la presentazione di una compagna al corso di teatro (ciao sono X e sono lesbica ) quella lampadina l’aveva accesa del tutto ma stava spalancando certamente anche un portone in cui, ahimè, la chiave l’avevo inserita da tempo. 

Ma poi mi viene da domandarle ancora.una cosa, signora De Mari; abbia pazienza per la mia ottusità, la prego. Se il contagio vale per i gay, come mai non vale anche per gli etero?  Forse, per la miseria, è tutto un non tanto misterioso piano della lobby gay per conquistare il mondo! 

Personalmente non ho avuto ancora la (s)fortuna di esservi ammessa ma sì, diciamolo pure, altro che nuovi ariani Dottoressa, qui siamo la nuova Massoneria! 

D’altronde ne è ancora pieno il cosmo di professionisti possessori della magica cura per la nostra malattia quindi in realtà, mi spiace toglierle per un po’ lp scettro mediatico, ma le suedonne affermazioni non stupiscono poi tanto. Con la storia del contagio ne ha inventata quasi una nuova riguardo all’omosessualità, le do credito. Un po’ come la teoria che i figli di coppie gay lo saranno a loro volta. E qui cara mia, quasi le do ragione. Che lei mi stia convincendo? Ho detto quasi , però. Perché sì, noi gay istruiamo i nostri figli all’uguaglianza, a non avere vincoli di genere e ad accettare le varie sfumature dell’universo. Li cresciamo con l’idea di non deridere i bambini a cui piace anche il rosa oltre che il blu e ad invitare a giocare tutte le bambine che invece che ad una bambola, vogliono correre dietro ad un pallone. 

I nostri figli crescono senza la paura di essere ciò che vogliono e scopriranno essere. Quindi sì, lo ammetto, sono contagiati da tutti noi che gli diamo la possibilità di maturare liberi  e senza stereotipi. Un contagio che si spera li possa aiutare ad affrontare meglio il labirinto che è l’adolescenza senza fargli vivere tutti quegli assilli, patemi e paure che molti loro genitori invece hanno vissuto. È un contagio, sì. E grazie al cielo, ribadisco.

Continui pure a scrivere i suoi libri e a farsi avanti nell’opinione pubblica con le sue ponderose spallate, perché no.

Abbiamo fatto una scelta a monte e proclamarla è un diritto, fa parte del diritto di parola.

Vede, lei ha la sua opinione ed io la mia, lei ha il suo credo ed io il mio. Imporlo non fa democrazia, non fa umanità, non fa amore religioso verso gli altri, non fa altro che creare odio. 

Non cerco di distruggere nemmeno a suon di baci la sua fede, figuriamoci a spallate; la rispetto perché è un suo diritto. 

Dal canto mio non ho una vasta sapienza delle religioni ma so che Pietro disse rispettate tutti (2:17 parola del signore) e sei lei mette in mezzo San Paolo vuol dire anche che segue questo Dio che dall’alto tutto vede e tutto sa; non è forse il caso di lasciare a lui l’estremo giudizio che di crociate ne sono morti già abbastanza? 

L’unica scelta che ho compiuto a monte, a valle e in pianura è stata quella di ascoltarmi e seguirmi. Non ho scelto di essere lesbica, ho scelto di accettare di esserlo, che è differente .

Come si sente in diritto di proclamarla lei, mi ci sento io. Soprattutto perché io non vengo a casa sua a dirle come vivere. 

Vivi e lascia vivere disse Schopenhauer. Ciò che noi gay vogliamo sempre di più sono solo semplici diritti come li possiede il genitore single o la coppia sterile, non solo l’uomo e la donna che si promettono amore eterno nella navata di una chiesa.

Sono cosciente e consapevole di aver lasciato molti spiragli in questo discorso dove potersi intrufolare e controbattere. D’altronde l’argomento è talmente vasto che se ne parlaabbiamo da secoli e per secoli se ne discuterà. Dà da riflettere, non le pare? 

Non sono qui a cercare di cambiare il mondo con le mie parole ma mi esprimo con esse, che ci si vuol fare. Sia fatto santo il diritto di parola, così per dire.

Ma intanto che sono qui, vorrei spendere ancora qualcosina riguardo ad un’altra sua affermazione: 

Si sta insieme perché diversi e complementari..

Anche in questo caso, come contraddirla? Deve sapere che io e la mia compagna siamo talmente diverse da essere come il giorno e la notte ed ugualmente complementari perché citando Aristotele, la virtù sta nel mezzo . Una persona che cimi bilancia la dobbiam pur trovare.

È ora di terminare questo articolo in cui mi sono dilungata troppo ma è un mio difetto, a legger certe cose perdo il dono della sintesi. Il neurone della riflessione parte in quarta e da lì è letteralmente un contagio, può credermi? 

M.M.

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Sfatiamolo

Sfatiamolo questo mito che uomini e donne non possano essere amici. Usciamo dalla corrente degli stereotipi e tuffiamoci nel secolo dell’amancipazione senza ristrettezze. L’amicizia tra uomo e donna può esistere, basta che almeno uno dei due sia gay ed il gioco è fatto! 

Nel caso in cui sia la donna ad esserlo, nel momento in cui un uomo capisce che non vi è trippa per gatti, nella sua mente scatta qualcosa. Non so di preciso cosa sia ma se ogni suo tentativo risulta vano, ai suoi occhi il valore di quella donna cambia. Senza pensare all’apriti cielo di quando realizza che si è dalla stessa barricata.  

Per lui non è più una sperata conquista, essa si tramuta in un pozzo di informazioni illimitato. A nessuna donna etero passerebbe mai per l’anticamera del cervello di chiedere aspetti del mondo maschile ad un gay. Un uomo no. Ad un uomo brillano gli occhi alla sola scoperta. Non è più una questione di fare colpo e risultare interessante bensì di carpire più conoscenza possibile sul genere femminile. 

La donna assume la figura del sommo sapere femminile, ogni sua parola diviene verbo perché incarna la sapienza ultima di ogni donna. Da preda si trasforma in consigliera perfetta, la spia inaspettata ed innocente di un gioco psicologico dedito al massacro. Agli occhi di quell’uomo si appare come l’unione di tutte le donne. Un oracolo dunque, incontrato per districare la spessa matassa di incomprensione e mistero che circondano il popolo di Venere. Uno spiraglio di luce insomma, conosciuto per far spazio tra la coltre di nubi densa di incertezze e visioni differenti.

Gli uomini vedono in quella donna la chiave per comprendere la mente femminile e possedere finalmente la carta – quell’asso nella manica infallibile – per gestire ogni relazione. O così si illudono. 

Ciò con cui non fanno i conti, un fatto noto ad ogni lesbica del pianeta come per il resto del genere femminile, è che la mente di una donna è incomprensibile. Qualsiasi lesbica possiate incontrare avrà esclamato almeno una volta che le donne sono tutte pazze. Per l’esattezza in alcuni casi si rasenta lo psicopatico. 

Nelle relazioni tra lesbiche forse ci si comprende un po’ di più perché si è entrambe donne ma tutte le paturnie, le ansie, i giorni del mese intoccabili, la logica e le aspettative, vengono moltiplicate.

Qualcuno una volta disse che siamo tutti un po’ matti , ed è vero. Non esiste nulla per scampare all’assurdo, si perde ancor prima di cominciare. Si continuerà a scontrarsi contro l’inconsueto e l’illogico, è inevitabile. Inevitabile fino all’arrivo di un matto simile a te. Raro come un merlo bianco ma possibile, da accogliere a braccia tese e cuore aperto, consapevoli  del regalo avuto dal destino. 

A quel punto non importa di che tipo di relazione si tratti, eterosessuale o omosessuale o altro; importa la pazzia dei partecipanti. Perché non esistono regole e consigli assoluti. Perché ogni mente è un mondo a sé. 

È la follia che regola il destino tra due persone, nessuno può avere le risposte per gli altri. 

Arriverà un giorno in cui la tua follia coinciderà con la follia di qualcun altro e finalmente tutto coinciderà. Tutto andrà bene mentre le parole dette da entrambi avranno lo stesso senso e il cammino intrappreso sarà il medesimo.

M.M.

Il manuale, dov’è?

Il dilemma che attanaglia ogni nuovo partner di una persona separata con figli è il medesimo da secoli: come diventare un genitore adottivo? 
La risposta giusta, non c’è. 

Ogni bambino, ogni ragazzina, ha il suo manuale personale. Non ci sono vie di fuga, non ci sono scorciatoie. Bisogna trovare quel manuale e pregare di saperlo decifrare. 

Sono quattro anni che conosco M. e continua ad insegnarmi una sola cosa ma nella sua semplicità, fondamentale: non far mancare mai la complicità in famiglia ed essere noi adulti i primi a comportarci da genitori. Sempre

E quando dico sempre, intendo proprio sempre. Non ci sono vie di fuga, non ci sono scorciatoie. Non ci sono festivi e feriali o stanchezze e altri impegni che tengano. Figli e genitori lo si è ogni minuto di ogni giorno per il resto della vita.

Nel mio intento sono stata aiutata anche da una meravigliosa famiglia che senza troppe chiacchiere ha assunto il ruolo di zia, di nonni e di chiunque fosse necessario. Tutto questo senza mai calpestare la famiglia che M. ha già ma affiancandosi con naturalezza di intenti e di sentimenti. 

Una gran fortuna, ne siamo consapevoli ma spesso il vero ostacolo è la paura e il voler per forza denominare qualcosa che un nome lo possiede già; un appellativo scelto dalle sensazioni e non dalle convenzioni. 

È con questo panorama alle spalle che viviamo ogni giorno la nostra vita da queste parti e fu con questo stesso panorama che tempo fa, dopo aver recuperato M. da scuola, parlando delle solite cose e delle sue dimenticanze, una frase mi uscì spontanea.

M., mamma e papà ti hanno creato ma io posso distruggerti. Questo ovviamente per la famosa regola scritta nel manuale dei genitori adottivi. Quindi vedi di fare il bravo.

Io ti ho creato e io ti distruggo era la tipica frase che a random ripeteva mia mamma a me e a mia sorella quando combinavamo qualcosa di poco grave. Un ammonimento scherzoso diventato routine nel linguaggio di famiglia. 

M. scoppia a ridere e senza perdere tempo replica seguendo il mio filone

Scusa e dov’è questo manuale? Se cerco su google lo trovo?

Qualche ora dopo è lì che ride ancora mentre racconta a sua mamma del famoso manuale dei genitori adottivi e di quanto non si possa controbattere sulla sua autorevolezza. 

L. mi guarda e la complicità è tutta nostra. 

Un’altra pagina del manuale è stata letta nel modo giusto. Anche stavolta, da genitori di un adolescente alle prime armi, abbiamo miracolosamente azzeccato il suo linguaggio. 

Dunque, che si volti pagina.

M.M.

Non so perché..

..ma le migliori ispirazioni per scrivere le ho sempre avute in auto. Forse perché compio sempre tratti abbastanza lunghi, forse perché ho l’opportunità di far vagare il mio neurone come desidera, libero di improvvisare a suo piacimento. 
Il punto è che stamane, percorrendo la strada attraverso il bosco che mi avrebbe riportata a casa, l’impellente bisogno di scrivere ha fatto capolino riempiendo la mia mente di parole e frasi. Ovvio è che ora che mi accingo a farlo rammento solo qualche frammento delle geniali frasi (o così parevano) composte alla guida della mia sgangherata quattro ruote.

Riflettevo sugli eventi, le vicissitudini e gli ostacoli di questi anni di vita provinciale; mi rendevo conto che infondo, ognuno vede il mondo attraverso i suoi occhi e talvolta tutto ciò non coincide con la realtà. In questa intricata rete d’illusione ci sono caduta io per prima.

All’epoca del mio trasferimento credevo che sarei andata incontro a molti più ostacoli e che avrei vissuto molte più situazioni scomode. Credevo, errando. 

Di certo incrocio ancora molti più sguardi indagatori e curiosi qui che nella mia città ma nel profondo ho compreso che la regola fondamentalmente è sempre la stessa: comportarsi normalmente affinché ciò che ti rende particolare agli occhi degli altri diventi, con il tempo e l’abitudine, normale anch’esso. 

Il Tempo, che meraviglioso strumento!

Ricordo la pizzata di fine stagione con la squadra di calcio di M. agli inizi dell’estate; i ragazzi in giro a giocare come scalmanati, noi genitori a raccontarcela su. Mi volto verso l’orda di unni contenuta a stento sotto il gazebo e finisco per guardare negli occhi L., un compagno di M.. Lui scoppia a ridere e mi urla “Tuo figlio ne sta per combinare una delle sue!” passa qualche attimo in cui lo vedo riflettere e sorridendo aspetto che mi dica quello che la sua mente so che sta per creare tra l’imbarazzo e la spontaneità del pensiero: “Eh, si vabe, hai capito. Tanto è uguale, no? Sei come sua mamma”. 

Il Tempo, che meraviglioso complice!

Sei come sua mamma .. 

M.M.

Chi giudica Chi?

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“Uff, stamattina c’erano proprio discorsi da ignoranti al bar!”.
La mia amica sprofonda nella sedia davanti a me, guardandomi. Ricambio lo sguardo e quando capisco che sta attendendo una mia reazione, le faccio la domanda che si sta aspettando: “Come mai? Cos’è successo?”.
Non ricordo come siano giunti a quell’argomento ma mi spiega che parlavano di omosessualità.
“Non ho pregiudizi”, diceva uno.
“Non ho problemi”, esclamava l’altra.
“Ma un figlio gay o una figlia lesbica, no grazie!”, esordivano entrambi.
Conoscendo tutte e tre i dialoganti posso immaginare bene la scena, i gesti e addirittura i toni. Quindi non mi è risultato difficile credere alla costernazione della mia amica a cotante affermazioni da parte delle due persone che aveva difronte a lei.
“No scusate ma che discorsi sono?!”.
Già amica mia, che discorsi sono?
“Eh facile per te parlare così con tutti gli amici gay che hai! Sei abituata”.

È superfluo ora trascrivere ciò che venne detto in seguito dalle parti coinvolte perché sfiora lo scontato.
Il punto è che siamo dinanzi all’ennesimo cliché che si ripete. Tanti passi positivi sono stati compiuti in questi anni, sicuramente. Tuttavia vi è ancora, esistente più che mai, una vena di timore per ciò che non si conosce, per ciò che non rientra nella propria quotidianità e bagaglio personale. Queste persone che si professano privi di pregiudizi ma che poi ammettono che la cosa funziona se rimane al di fuori della sua famiglia, non si rendono conto nemmeno della contraddizione e del ridicolo in cui cadono le loro affermazioni.
Non si rendono conto che il primo torto non lo compiono nei confronti della comunità lgbt bensì verso i loro stessi figli.
Stare al mondo delle volte è maledettamente complicato e lo è ancor di più trovare un’identità e un ruolo nella società, etero o gay che si sia. Il supporto della famiglia nella libertà di sperimentare di essere ciò che si vuole, dovrebbe essere un fondamento; un capo saldo per poter affrontare il mondo con una forza in più: essere totalmente se stessi e poter di conseguenza comprendere meglio dove si vorrebbe essere nel mondo.
Ma l’essere umano ama crogiolarsi nella consuetudine ed istintivamente fugge dall’imprevisto.
Forse è davvero solo questione di abitudine. Un passo dopo l’altro, senza fretta. E senza pregiudizi da parte di chi la lezione l’ha già fatta sua.

M.M.

Il sole in tasca.

Un mio conoscente è solito dirmi che sono fortunata perché ho il sole in tasca.
A pensarci bene, è proprio così.
Persino nei giorni più grigi posso contare di avere uno dei tesoro più belli al mondo: il cuore di una donna che possiede il mio.

Ho il sole in tasca.
Sono i suoi occhi, il suo sorriso, la sua infinita bontà (da non confondere con ingenuità).

Era una serata di primavera e mai avrei immaginato che quell’appuntamento con il destino sarebbe stato uno di quelli che ti cambiano la vita. Ma quando mai ne si è consapevoli?
Avevo accettato di incontrarla dopo alcune occasioni sfumate e un paio di sì negati. Prima di quella sera non era il tempo per noi, ne sono certa ora come lo ero allora. Ovviamente lei è di tutt’altro avviso ma fa parte dell’eterna lotta tra un’impulsiva e una riflessiva.

Parcheggiai abbastanza lontano per avere tutto il tempo di prepararmi mentalmente. Non era un appuntamento e lei era con amiche. Allora perché ero così nervosa?
Con il senno di poi tante risposte sono ovvie. Quella sera invece la mia mente mi ripeteva che sarebbe stata una serata come tante, senza implicazioni, senza legami. Specialmente senza quest’ultimi. Sarei tornata più tardi nel mio appartamento tale e quale a come lo avevo lasciato. Ma la mia era una battaglia persa ancor prima di cominciarla; perché sebbene io non fossi disposta a tutto ciò che avvenne in seguito, il mio cuore lo era ed era ciò che stava aspettando.

“Ciao, sono qui fuori, sto per entrare. Dove siete che vi raggiungo?”.
Attesi di sentire la risposta e feci il primo passo per entrare.

La cercai tra le decine di donne che mi circondarono appena varcai la soglia del portone che apriva le porte al giardinetto interno del locale. Era seduta ad un tavolino nella penombra delle luci soffuse delle candele e degli alberi che incorniciavano il muretto.
La prima cosa che vidi e sentii fu la sua risata.
Bastò quella.
Poi degli occhi azzurri luccicanti mi guardarono e il mio petto si strinse.
Nella mia mente si delineò un’unica frase: questa se non stai attenta ti frega.
E così fu.

Tra un paio di mesi saranno passati quattro anni da quella sera. Tanto è accaduto e chissà cos’altro ci attende nel domani. Qualsiasi cosa sarà però, affrontandola in due, noi due, sarà più semplice. Quasi nessuno scommise sulla nostra storia ma forse questa è una delle nostre carte vincenti.
Anna Biason scrisse che a volte, quando ti perdi, trovi qualcosa che non sapevi nemmeno di cercare.
Nel mio caso, ho trovato il sole in tasca.

M.M.

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Meglio sola o ben accompagnata.

Quando una relazione termina, di colpo ci si ritrova come nudi, impreparati. Parlo di quelle relazioni dense, lunghe, in cui ci si mette in gioco e si scende irrimediabilmente a compromessi.
Quale che sia la causa, quando storie del genere finiscono, si viene catapultati in una realtà che non si riconosce più. Ritornare “uno” dopo essere stato tanto tempo parte di un “due” non è facile. Non importa chi tu sia, chi abbia preso la decisione; quando una relazione termina, ci si deve ricostruire. Non si è più gli stessi ed è tutt’altro che semplice ritrovare tutti i pezzi del puzzle che ci compongono.
È per questo motivo che ci si evolve e si cambia. Nell’arco di una vita perdiamo innumerevoli volte noi stessi e ogni volta, per forza di cose, l’insieme cambia. Avviene una metamorfosi.
Avere una relazione è un dare e un avere ed avere a che fare con un’altra persona vuol dire donare una parte di sé e riceverne una dall’altra. Per questo bisogna avere piena co(no)scienza di sé quando ci avviciniamo alle persone. È una questione di rispetto verso di noi e verso di loro. Bisogna avvicinarsi piano, in punta di piedi per non calpestare le emozioni. Di nessuno.
Se non si è pronti non è corretto investire qualcun altro e disordinargli l’esistenza. Meglio restare soli.
La solitudine non va temuta perché dona un valore aggiunto alla presenza. Una presenza che non deve completare ma far risaltare.
Siamo pezzi unici, possiamo splendere anche da soli ma in fondo in due si splende meglio.
Pertanto, meglio sola o ben accompagnata.
Tutto il resto è da bigliettino nei cioccolatini.